1646 – Giacomina l’anima sua e il diavolo

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Romanzo storico

E se qualcuno avesse esagerato nei giudizi su Giacomina?
E se la ragazza avesse fatto emergere nomi di sue compagne? Magari amiche o sorelle o madri…
La paura si affacciava all’uscio di ogni casa.

La giovane e bella Giacomina è nata in circostanze particolari. Accusata di fatti di stregoneria, proverà ad affermare con tutte le forze le sue ragioni, per non cedere al pressante ‘Dite la verità!’ che cerca di frantumare le sue certezze e la sua vita. L’esito del suo processo porterà a eventi inaspettati anche per esponenti dei ceti più alti.

 

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E se qualcuno avesse esagerato nei giudizi su Giacomina?
E se la ragazza avesse fatto emergere nomi di sue compagne? Magari amiche o sorelle o madri…
La paura si affacciava all’uscio di ogni casa.

1646: nelle valli alpine, come in tutta Europa, imperversa la caccia alle streghe.
La giovane e bella Giacomina è nata in circostanze particolari. Accusata di fatti di stregoneria, proverà ad affermare con tutte le forze le sue ragioni, per non cedere al pressante ‘Che dica la verità!’ che cerca di frantumare le sue certezze e la sua vita. L’esito del suo processo porterà a eventi inaspettati anche per esponenti dei ceti più alti. In un’epoca in cui le paure divengono palpabili a causa di guerre, peste e povertà, pregiudizi e superstizioni di ogni sorta inducono la gente a temere ciò che non capisce, ad aver paura degli eventi che occorrono in natura ai quali non sa dare spiegazione e a ritenere che alcune donne siano l’anello di congiunzione tra l’umanità e il demonio. Ambientato in Alta Valtellina, questo romanzo storico nasce attingendo sapientemente dai documenti conservati nell’Archivio di Bormio e s’immerge nella vita materiale, sociale e culturale di quell’epoca, scoprendo inquietanti regole e sconvolgenti prassi processuali.

 

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Peso 0,323 kg
Dimensioni 14 × 21 × 1,7 cm
autore

formato

ISBN

9788887584509

Leggi le prime pagine

Giovanni Peretti
1646
Giacomina l’anima sua e il diavolo
Romanzo storico

Dite la verità DITE LA VERITÀ!

***

 

Questa è la mia storia. Mi chiamo Lodovico degli Alberti, sono nato dal ventre di Caterina degli Imeldi in un piccolo borgo nel cuore delle montagne nell’anno del Signore 1617 a dì 7 del mese di maggio, giorno di domenica. Ora ho 89 anni e, nonostante tutto, a trent’anni non sono morto. Bandito dal paese, ho trovato rifugio in Sassonia in una cittadina chiamata Bielefeld, situata nel centro della grande foresta di Teutoburgo, ove vivo tuttora. Verso settentrione solo pianure, d’inverno immerse in un’odiosa nebbia popolata da fastidiosi insetti; non lontano si apre lo sconfinato mare del Nord e nelle giornate più fredde riconosco la sua aria salmastra, penetra a suo piacimento nella memoria e s’insinua nelle speranze, demolendo gli argini della mia vita che con volontà ogni volta ricostruisco. Le notti di quest’età sono insonni. Come fossi un burattino, muovo fili invisibili e inconsapevolmente mi porto alla finestra; sotto una luna sbiadita vedo il nulla sconfinato che si annega nel nulla, chiudo gli occhi e guardo nel buio delle mie certezze. Le visioni mi si acuiscono: mi appaiono i cieli limpidi della mia terra, il verde dei boschi di abete quasi mi acceca con le sue tonalità, sento il profumo dell’erba secca dei prati da poco tagliati, il vociare dei contadini nelle vie e il loro dialetto mi fa scoppiare i ricordi nel cuore. Brandelli di vita mi scorrono fra le dita, come da un pugno di sabbia, e si dissolvono nel vento abbandonando una fragranza di disperazione. Poi riflessi di luci, bagliori nell’anima e riverberi nella mente: la nebbia si dirada ed emerge improvviso il palazzo della mia famiglia. Dalle finestre alte si stagliano, verso sud, le parti più elevate del monte della Gobéta. Al mattino, quando il sole è da poco spuntato, si mette in evidenza l’immacolato ghiacciaio che nel suo piccolo ma possente circo si spinge giù: il bianco-azzurro provoca un netto contrasto con l’estate alpina e nella mente si formano immagini di gioia. Vago senza meta negli anfratti più profondi e misteriosi delle esperienze di bambino finché raggiungo le carezze di mia madre, e riempio la bocca dell’amore del suo seno. Tutto si acquieta. Ogni notte piango. Il pensiero è lucido come quando ero un ragazzo, e lo spirito è vivo più di allora. Il mio corpo è una farfalla senza ali, sono stato storpiato ormai sessant’anni fa e ho vissuto e vivo nelle pene: fisiche, per le offese che ho ricevuto allora, mai guarite, ma soprattutto della mente. Questa è la condanna alla quale il buon Dio mi ha destinato nel vivere sino a un’età così avanzata: stare quotidianamente nelle sofferenze delle membra e immerso nei tormenti alimentati dalla memoria. Più volte desidero morire, e trovare finalmente la pace, ma il mio corpo è forte: chi sa fin quando dovrò tenermi questo peso sul cuore. Appartengo a una famiglia maggiorente dell’aristocrazia di Bórm, il mio paese: mio padre era un notabile molto influente in tutto il Contado e aveva conoscenze e amicizie importanti anche nel vicino territorio delle Leghe Grigie, cui il Contado stesso era sottomesso, e al nord delle Alpi, nelle terre di Germania e in particolare – appunto – a Bielefeld. Il luogo è noto come ‘la città del lino’ in quanto è molto sviluppata la coltivazione di questa pianta, ed è particolarmente florido il commercio delle stoffe. La mia famiglia vi aveva fitti rapporti e scambi commerciali. Gli Alberti erano buoni commercianti ed esportavano un eccellente panno che facevano giungere dalle Venezie e, soprattutto, il pregiato panno di Bórm: densi teli di lana tessuta e follata le cui qualità e caratteristiche erano ben note oltralpe. Era di un colore rosso acceso, tinto con un segreto miscuglio di cortecce e frutti di montagna in un laboratorio attrezzato messo a disposizione dal Comune, e veniva apprezzato soprattutto dalla nobiltà, che si faceva vanto di indossare abiti di tale vezzosa colorazione. Di questa mia nobile stirpe fiorivano rami a Venezia, a Firenze, a Milano e Vercelli; alcuni appartenenti a essa erano stati nominati cavalieri, altri conti del Terziere superiore dell’Alto Lario. A tredici anni fui mandato, per formarmi, alla scuola dei Padri Gesuiti di Innsbruck, ove rimasi per tre anni; poi frequentai l’antica e rinomata Università di Padova, nella quale pochi decenni prima aveva insegnato l’astronomo Galileo Galilei. Studiai le Scienze Giuridiche per imparare l’arte del Diritto e la sua interpretazione. Ne uscii giudice di buon valore e iniziai ben presto a svolgere una proficua attività, non tardando a essere apprezzato sia dai signori delle Leghe Grigie, sia dal Magnifico Consiglio del borgo. I processi che qui si tenevano erano ben strutturati. Il Contado aveva propri statuti civili e penali, antichi e molto approfonditi, che erano formati da numerosissimi articoli toccando ogni aspetto della vita tanto da venir presi come esempio anche da altri paesi. Questa terra viveva di un’autonomia concreta: il suo controllo era molto ambìto da parte dei potenti in quanto incuneato nelle Alpi tra la religione cattolica e quella protestante. Le aree politiche dominanti erano in forte contrasto tra loro, principalmente controllate da francesi e grigionesi da una parte, austriaci e spagnoli dall’altra. Nei secoli precedenti era andato intensificandosi un po’ in tutta l’Europa, dalla Francia, alla Spagna, alla Germania, un fenomeno particolare legato alla religione, agli eretici e agli apostati, che veniva chiamato ‘stregheria’. Anche nella cattolicissima diocesi di Como, che aveva potere sul territorio ove vivevo, questo flagello si era sviluppato; nella mia zona, marginale e distante dai più importanti centri, si era evidenziato molto meno fino a quando, verso il finire del Quattrocento, il vescovo decise di mandare dei frati inquisitori che scovarono molte streghe e stregoni. Dunque anche lì dove abitavo venne alla luce l’inquietante fenomeno: verso la fine del Cinquecento, in due anni, ben quarantuno streghe furono arse vive, tutte con il corpo completamente rasato. Nei primi decenni del Seicento, mentre nel ducato di Milano infuriava una calamità chiamata peste, nel mio Contado si evidenziava con forza la piaga delle streghe, che si spinse fino alla metà del secolo. In questi ultimi procedimenti, in quanto notaio e di nobile famiglia, fui chiamato ad annotare come cancelliere. Era il 1646, non avevo ancora compiuto i trent’anni. Alcuni processi, soprattutto legati a fatti criminosi e di illegalità, li avevo già vissuti. Riguardo a procedimenti sulle streghe, avevo acquisito esperienze e conoscenze sia dai più anziani del Consiglio Ordinario, sia dall’esame degli incartamenti processuali presenti negli archivi. In quell’anno – era il mese di aprile – dopo un periodo di relativa calma si prospettò un nuovo caso. Una ragazza di un paese vicino chiamato Semòc, nella valle detta di Pedenòs, fu denunciata per fatto di maleficio o stregoneria. Gli eventi che seguirono presero sviluppi inattesi anche per me. Tempo fa ricevetti una visita inaspettata. Un contadino di Semòc, accompagnato dal nipote, fece riemergere i dettagli di questi avvenimenti dagli anfratti più nascosti della mia coscienza. Era un uomo sulla settantina, dal corpo tarchiato ed elastico, con mani forti e nodose, lo sguardo chiaro in grado di indagare il profondo. «Sono venuto fin qui per conoscervi, guardarvi negli occhi, parlarvi e chiedervi perdono». Improvvisamente, gli accadimenti mi si ripresentarono innanzi, facendomi abbassare le palpebre ormai indurite dal tempo, riempiendo di commozione l’aria che respiravo. Intrisero le pareti dei locali in cui vivevo e non più se ne andarono. Per giorni, per settimane, ritornarono insistenti a rimbombarmi nelle orecchie, a farmi pulsare le tempie, a risvegliare nelle cellule del mio corpo particolari che credevo ormai persi nei meandri del Reno e affogati nell’immenso Mare del Nord. Alla fine, l’uomo se n’era andato senza voltarsi, la testa un po’ reclinata, e il suo passo non mostrava più quella pena che aveva quando si era presentato. Si chiamava Antonio ed era coetaneo di quella giovane. Cercava pace. Da allora, ho avuto un solo pensiero: far riemergere le emozioni che mi segnarono tutta la vita, solidificarle sulla carta affinché, chi verrà dopo di me, possa farle sue e trarne valutazioni e giudizi. In questo scritto desidero dunque riportare i fatti avvenuti e vissuti in prima persona, scavando nelle memorie di pratiche magiche e rituali capaci di influire negativamente sulle persone, sulle cose a loro appartenenti, sugli elementi della natura. Esperienze svolte con l’aiuto del diavolo, e da tutti conosciute col nome di stregherie, o anche stregonerie. Durante questi anni della mia vecchiaia mi è stata concessa la grazia di far visita al mio paese d’origine. Una grazia mai prevista nelle procedure ordinarie. A Bórm, per mezzo di conoscenze familiari altolocate, ho potuto accedere agli archivi e leggervi molti processi di quel tempo e più recenti. Tra di essi il processo a Giacoma, che ho trascritto interamente. Nonostante gli anni, i documenti si sono conservati molto bene: sono tutti scritti con grafie nitide e ben leggibili, su una cartapecora molto resistente, di buona qualità, legata in quaterni con un robusto filo di lino. Del processo alla mia persona non è emersa traccia alcuna. Ne sono rimasto intimamente deluso e non ho saputo farmene una ragione. Al ritorno, in uno scomparto del bagaglio di viaggio, ne ho trovato gli atti, riposti in una busta chiusa meticolosamente con il sigillo in ceralacca dello stemma araldico di famiglia. Su di essa la scritta: — Per lo zio Lodovico degli Alberti. Riservato. Ed eccola, la mia storia.

***

I

Correva l’Anno Domini 1646, era il giorno 27, ultimo venerdì del mese di aprile. Quell’inverno era stato piuttosto mite e in montagna cominciava già a spuntare la prima erba. Sul far del giorno una giovane del piccolo paese di Semòc si avviava lungo una stradella che conduceva a un avvallamento solcato da un vigoroso torrente: portava al pascolo la sua capra e sperava di procurarle un fresco nutrimento. Oltrepassate le ultime case del borgo la strada diventava sentiero, sotto il quale scivolava una modesta roggia di irrigazione ai cui bordi cresceva erba copiosa, grassa e verde. Per la capra fu un richiamo irresistibile: brucò con avidità e, oltrepassato il piccolo canale d’acqua, si spinse nel prato sottostante. In quel momento spuntò dal nulla un ragazzo, Antonio. Si mise a inveire contro la giovane e ne nacque un alterco. Diceva che la capra non poteva mangiare sul lato del canale che separava il suo prato. Quell’erba era destinata solo ai suoi, di animali. La ragazza ribatteva che nulla indicava un simile divieto; inoltre la sua capra non sapeva distinguere le proprietà altrui; ad ogni modo, se ne sarebbe andata via subito. I due vennero quasi alle mani, e pure alcuni vicini assistettero alla baruffa.

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